venerdì 14 agosto 2026

Hotel a 5 stelle sul lago Attabad.






Accadde nel gennaio del 2010.
Non si può dire però ...accadde l'impensabile..., che qui, sulla Karakorum Highway, di frane ne cadono quasi ogni settimana.
Questa frana, originata da una slavina, era solo diversa dalle altre.
Gigantesca.
Apocalittica.
A sud del paesello di Attabbad, provocò un'immane e naturale ostruzione al flusso dell'imponente fiume Hunza.
Ci vollero ben sei mesi perché l'acqua arrivasse a tracimare da quel blocco franoso,  tornando così ad alimentare verso sud  il letto dell'Hunza in secca da allora.
Nel frattempo dove un tempo sorgeva Attabad si era creato in notevole lago, largo 21 chilometri e profondo 100.
Per anni solo delle chiatte consentirono il collegamento tra le due porzioni di Pakistan a monte ed a valle del lago; ci furono danni economici notevolissimi, senza contare le decine di  morti, i paesi inghiottiti o forzatamente evacuati, le decine di migliaia di sfollati.
Poi, grazie all'onnipresente amico cinese, tre  gallerie traforarono il fianco est e la nuova strada riunì la nazione spezzata.
Passato il tempo dei morti e delle piaghe si scoprì poi, business as usual, che da quella tragedia si poteva fare la grana 
Ed ora, sulle acque azzurro-latte del lago Attabad si affacciano hotel 5 stelle e sfrecciano i motoscafi dei ricconi di #

A casa di Hasil Shah


Hasil era nato a Shimshall che, insediamento più a nord della già settentrionale valle dell'Hunza, è da sempre la culla dei più forti scalatori pakistani.

Etnia whaki, come del resto tutti qui a Shimshall, discendenti da popolazioni anticamente arrivate dalla Whakan Valley, fertile valle a cavallo di Tajkizstan, Afghanistan e Cina.

Aveva un sogno Hasil, quello di conquistare il K2 che da casa sua poteva vedere nelle giornate più limpide.

Nel 1998 giunse in vetta al K2, in puro stile alpino, attrezzatura al minimo (...e chi aveva i soldi per comprare più di quanto avevo addosso?..) ed ovviamente senza ossigeno.

Aveva 25 anni Hasil e resta tutt'ora il più giovane ad aver scalato la seconda cima più alta al mondo.

Ci ha accolti nella sua semplice Guest House e la mattina ci ha personalmente preparato e servito la colazione nella saletta che è il "tempio" della sua carriera.

Alle pareti moltissime fotografie e ritagli di giornali sulle sue imprese, immortalato con autorità e primi ministri.

Ci ha parlato delle sue sfide, abbiamo commentato la recente tragedia sul Broad Peak.

Misurato e tranquillo, con concetti puri ed essenziali.

Ci è parso un uomo in pace con sé stesso, pago e non schiavo delle sue conquiste e del suo ruolo.


Un dud-chai nell'oasi di Mulungutti








La sera si è arrivati a Shimshall con non poche fatiche, anche tecniche.
Una buona cena accompagnata da una bella dormita ci rintempra e quindi, abbondante colazione e via che si riprende la strada del ritorno.
La giornata è più limpida di ieri ed i fianchi strapiombanti del canyon ti sembrano ancora più profondi ed aggressivi.
Circa a metà strada, in un oasi più piccola di quella di Shimshall ma comunque scintillante di verdi colture, abbiamo un piacevole invito.
In una piccola e scura baracca a fianco della sterrata è alloggiata una dozzina di uomini; sono occupati per un paio di mesi per lavori alla vicina centrale elettrica e, viste le condizioni della strada, non possono certo tornare a casa la sera.
Alcuni sono di Karimabad, dove dormiremo stasera ed uno è proprio di Ghotolti, ove è situato il Cristina Castagna Center.
Ci invitano a bere con loro un dud-chai, il tea nero, con pari dose di latte, che qui è bevanda imperante.
L'offerta di un tea a chi passa è tradizione granitica, per loro è poi occasione di capire chi siamo e da dove veniamo.
Nella baracca quasi non ci si vede, l'unica luce è offerta da un buco nel tetto, trafitto dai  raggi di sole e gonfio del fitto fumo che da lì si sfoga verso l'esterno.
C'è un fuoco acceso infatti, su cui pendono due pentole, una dell'acqua per il.tea e l'altro, molto più grande, ove già bollono, in brodosa e piccante  salsa, patate e pollo.
Ce la raccontiamo un po' e poi un saluto e via.
Troveremo poi modo di fare loro avere un'aggiunta alla loro scorta di tea nero.


giovedì 13 agosto 2026

La strada per Shimshall: scemo più scemo.











Ne abbiamo già parlato per la tappa dell'Abano Pass in Georgia.

C'è qualcosa di intrigante nelle cose che fan paura.

Certo, incutono terrore ma, nel contempo, provocano una fortissima adrenalina che può stimolare qualcuno ad affrontarle.

Non capita a tutti ma pare documentato con certezza che ai più scemi capiti più frequentemente.

Se poi a qualche soggetto capita due volte, allora è di pubblico dominio, di pacifica ed unanime conoscenza: quello è scemo al cubo.

Questo pensi mentre ti arrampichi, le mani ben strette al manubrio, sulla strada per Shimshall,  primo giorno interamente in Gilgit Baltistan.

Niente riposo (ed invece ne avremmo bisogno), niente mollezze e contemplazioni dalle terrazze e prati del nostro alloggio (e sarebbero invece consigliatissime, visto che si affaccia sui Passu Cones).

Si va a Shimshall, 56 chilometri da percorrere, si dice, in 4 o 5 ore.

Andata.

Poi c'è il ritorno.

Che, con un barlume di buon senso scovato chissà dove, è già stato programmato per la mattina dopo.

La sterrata è davvero impegnativa ma il peggio è che è stata scavata lungo i fianchi di un canyon impressionante, entro il quale sorte impetuoso il fiume Shimshall.

A volte così basso dall'essere solo 5 centimetri sotto di te, a volte invece 100 o 200 metri sotto di te, che procedi sballonzolando sul percorso roccioso.

Ovviamente senza alcun parapetto.

La cosa fa veramente impressione ed è lì che inizi il rosario di ....scemo scemo scemo, cazzo di idea ti è venuta di venire fin qui?

Sono ore di tensione continua, anche se il panorama è, insieme, terrificante e bellissimo, di una crudezza assoluta.

In certi punti la parete strapiombante di roccia è stata scavata giusto per l'incavo di 2 metri di larghezza e 3 di altezza, sufficiente a fare passare un'auto ma pure un camioncino.

Se ve lo state chiedendo, non avete capito bene di che si tratta e, ad ogni modo, no non c'è doppio senso di marcia; se si incrocia qualcuno che proviene in senso opposto, uno dei due deve fare la retro.

Noi, in moto, abbiamo zampettato all'indietro.



Passu Cones


 

Passu Cones, i Coni di Passu.
Ne avevamo letto ma averli davanti, trovartici quasi "dentro", non è la stessa cosa.
Qui a Passu e dintorni, estremo nord del Gilgit Baltistan, le creste calcaree delle cime hanno questi affascinanti profili a denti di sega, con aguzze e splendide conformazioni.
Qualcuno, con grande ragione, le ha assimilate alle ardite guglie delle cattedrali gotiche.
Proprio per questo, nei momenti magici dell'alba del tramonto, ti senti davvero come davanti ad una affascinante chiesa, che già con la sua sagoma ti ispira sentimenti di pace, di raccoglimento 
Si rimane ammirati davanti a questo spettacolo naturale.
Non si può rimanerne indifferenti.
Gli animi si permeano di positive sensazioni, si è rischiato e faticato per arrivare sin qui ma ne valeva la pena.
Ed allora perché non compiere un'altro azzardo?
Con questo stato d'animo ci si sente (quasi) pronti per l'impegnativo indomani.
Che si rivelerà più che impegnativo....




Non è come si pensava.



Arriviamo al check-point di Sost che già il sole inizia ritirarsi in un alcune zone della stretta valle; sopra le cime sfavilla ancora ma qui sotto qualche pennellata scura lambisce i bordi della strada.

Dai pochi mezzi incrociati, che fossero motorini (qui c'è ne sono a milioni), auto o camion, ci sono giunti sempre segnali di saluto.

Lampeggi, colpi di clacson ma soprattutto mani e braccia che escono dai finestrini per salutarti, quasi abbracciarti.

Arrivi in dogana e ti saluti, ormai affratellati dalle lunghe attese in mano cinese. con i pakistani dei pullmann incrociati già di buon mattino a Tashkurgan. 

Qui la cosa non è breve ma nemmeno troppo lunga e, peraltro, c'è pure la compilazione di quanto necessario per il Carnet de Passage (documento di natura doganale/fiscale richiesto, in relazione al mezzo con cui si entra via terra, in almeno metà del mondo, specie da quegli stati dell'ex impero inglese).

Qui gli ambienti sono molto più modesti di quelli cinesi ma cambia  pure l'atteggiamento degli addetti; ci  stringono le mani, sorridono, ci danno il benvenuto in Pakistan (per la verità i più ci dicono..,benvenuti in Gilgit Baltistan..), alcuni chiedono una foto insieme.

E poi c'è l'inglese.

Nei cartelli dei diversi uffici, nei moduli da compilare, nelle parole di chi si rivolge a te.

La nostra padronanza della lingua d'Albione  è quasi pari allo zero ma c'è almeno una certa familiarità, capisci quantomeno di che caspita si sta discutendo, se di caratteristiche della moto oppure delle tue generalità.

Se ci avessero poi chiesto ...the cat is on the table... avremmo potuto rispondere con sicura scioltezza.

Insomma, tutto sommato, non ci siamo sentiti sulla Luna.


lunedì 10 agosto 2026

Primi chilometri in Gilgit Baltistan







Ecco, ora siamo davvero entrati in Pakistan.

Mentre le ruote delle moto scricchiolano sulla sterrata che si stende avanti a noi, inizi a pensare che non si tratta più di ipotesi o contro ipotesi, tutte da verificare.

La controprova sarà concretamente qui ed ora; vedremo subito quale sarà la più azzeccata tra le tante dotte  analisi socio-geopolitiche lette nei mesi passati e quanto invece ci raccontano i pochi filmati di chi è passato proprio di qui in moto. 

Avremo problemi nei rapporti con le autorità e con le persone?

Mentre rifletti su tutto ciò, la strada scende con decisa pendenza la valle; questa è sì stretta ma non è questo che ti dà l'impressione di essere un granellino di sabbia, una minuscola entità in un quadro di una possenza mai vista.

Sono le montagne ad essere come mai le si è viste.

I fianchi che percorri si impennano subito violentemente, con stacchi netti di mille o duemila metri; al culmine di tutte queste rasoiate, vedi poi mille  creste aguzze ed ardite.

Subito dietro, quasi incollate, addossate come persone che si accalcano forsennate per un evento super gettonato, cime e cime che si avvicendano altissime, coperte di neve od ingombre di nubi.

Davanti a queste mille vette hai una sensazione nuova rispetto a quella delle nostre Dolomiti e di ogni altro complesso montuoso europeo, dove l'occhio, nonostante tu sia al cospetto di colossi, ha comunque una prospettiva orizzontale.

Qui nel Gilgit Baltistan la prospettiva è invece tutta verticale, del tutto verticale.

Percorriamo così circa 90 chilometri ed arriviamo finalmente al posto di frontiera vero e proprio, il check-point di Sost.

E di questo vi racconteremo poi.