Ecco, ora siamo davvero entrati in Pakistan.
Mentre le ruote delle moto scricchiolano sulla sterrata che si stende avanti a noi, inizi a pensare che non si tratta più di ipotesi o contro ipotesi, tutte da verificare.
La controprova sarà concretamente qui ed ora; vedremo subito quale sarà la più azzeccata tra le tante dotte analisi socio-geopolitiche lette nei mesi passati e quanto invece ci raccontano i pochi filmati di chi è passato proprio di qui in moto.
Avremo problemi nei rapporti con le autorità e con le persone?
Mentre rifletti su tutto ciò, la strada scende con decisa pendenza la valle; questa è sì stretta ma non è questo che ti dà l'impressione di essere un granellino di sabbia, una minuscola entità in un quadro di una possenza mai vista.
Sono le montagne ad essere come mai le si è viste.
I fianchi che percorri si impennano subito violentemente, con stacchi netti di mille o duemila metri; al culmine di tutte queste rasoiate, vedi poi mille creste aguzze ed ardite.
Subito dietro, quasi incollate, addossate come persone che si accalcano forsennate, cime e cime che si avvicendano altissime, coperte di neve od ingombre di nubi.
Al cospetto di queste mille vette hai una sensazione nuova rispetto a quella delle nostre Dolomiti e di ogni altro complesso montuoso europeo, dove l'occhio, nonostante tu sia al cospetto di colossi, ha comunque una prospettiva orizzontale.
Qui nel Gilgit Baltistan la prospettiva è invece tutta verticale, del tutto verticale.
Percorriamo così circa 90 chilometri ed arriviamo finalmente al posto di frontiera vero e proprio, il check-point di Sost.
E di questo vi racconteremo poi.


























