Arriviamo al check-point di Sost che già il sole inizia ritirarsi in un alcune zone della stretta valle; sopra le cime sfavilla ancora ma qui sotto qualche pennellata scura lambisce i bordi della strada.
Dai pochi mezzi incrociati, che fossero motorini (qui c'è ne sono a milioni), auto o camion, ci sono giunti sempre segnali di saluto.
Lampeggi, colpi di clacson ma soprattutto mani e braccia che escono dai finestrini per salutarti, quasi abbracciarti.
Arrivi in dogana e ti saluti, ormai affratellati dalle lunghe attese in mano cinese. con i pakistani dei pullmann incrociati già di buon mattino a Tashkurgan.
Qui la cosa non è breve ma nemmeno troppo lunga e, peraltro, c'è pure la compilazione di quanto necessario per il Carnet de Passage (documento di natura doganale/fiscale richiesto, in relazione al mezzo con cui si entra via terra, in almeno metà del mondo, specie da quegli stati dell'ex impero inglese).
Qui gli ambienti sono molto più modesti di quelli cinesi ma cambia pure l'atteggiamento degli addetti; ci stringono le mani, sorridono, ci danno il benvenuto in Pakistan (per la verità i più ci dicono..,benvenuti in Gilgit Baltistan..), alcuni chiedono una foto insieme.
E poi c'è l'inglese.
Nei cartelli dei diversi uffici, nei moduli da compilare, nelle parole di chi si rivolge a te.
La nostra padronanza della lingua d'Albione è quasi pari allo zero ma c'è almeno una certa familiarità, capisci quantomeno di che caspita si sta discutendo, se di caratteristiche della moto oppure delle tue generalità.
Se ci avessero poi chiesto ...the cat is on the table... avremmo potuto rispondere con sicura scioltezza.
Insomma, tutto sommato, non ci siamo sentiti sulla Luna.


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